Nel panorama europeo della nautica di lusso, Astondoa occupa una posizione peculiare: un marchio che nasce da una tradizione artigianale autentica, ma che ha saputo trasformarla in un metodo produttivo moderno, strutturato e tecnicamente competitivo su scala internazionale. Le radici risalgono al 1916, quando la famiglia avvia in Spagna un’attività di carpenteria navale che, nel corso delle generazioni, si consolida fino a diventare uno dei riferimenti iberici per motoryacht di fascia alta. La reputazione non deriva soltanto dall’estetica “mediterranea” — luminosa, accogliente, spesso più calda rispetto a certe interpretazioni nord-europee — bensì dalla capacità di coniugare personalizzazione, cura delle finiture e una filiera in larga parte internalizzata.
Il cantiere sottolinea una filosofia chiara: non inseguire la produzione di massa, ma lavorare su numeri selezionati e su un livello di customizzazione tale da rendere ogni unità effettivamente diversa nelle scelte di layout, materiali e dotazioni. Questa impostazione è supportata da un’organizzazione industriale che include reparti dedicati a falegnameria, meccanica, laminazione e tappezzeria, con processi avanzati e strumenti digitali per prototipazione e realizzazione di modelli in scala 1:1 tramite CAD-CAM e macchine a controllo numerico. In sintesi: “mani” artigiane, ma guidate da metodo, ripetibilità e controllo qualità tipici dell’industria.
È anche in questa coerenza — tra identità storica e capacità di aggiornarsi — che si inserisce la gamma flybridge del marchio e, nello specifico, l’Astondoa 66 Flybridge: un 20 metri pensato per chi desidera volumi e fruibilità da barca più grande, con prestazioni da planante moderno e un’impostazione di bordo fortemente orientata alla vita all’aperto.

Il progetto Astondoa 66 Flybridge: un 20 metri “grande” per ergonomia, luce e vivibilità
L’Astondoa 66 Flybridge si colloca in un segmento estremamente competitivo: quello dei flybridge tra 60 e 70 piedi, dove l’armatore chiede un equilibrio non banale tra spazi esterni, comfort in crociera, autonomia realistica e una gestione che possa essere affrontata sia in modalità owner-operated (con equipaggio ridotto) sia con comandante e marinaio. La chiave del progetto è un concetto apparentemente semplice, ma ingegneristicamente complesso: aumentare il volume utile senza appesantire la silhouette e senza penalizzare la dinamica di navigazione.
Il risultato è uno scafo planante con geometria dichiarata a V di 15,5°, impostazione che, nel mondo reale, mira a un compromesso concreto: buona capacità di taglio sull’onda e comfort in mare formato, ma anche efficienza in regime di crociera medio-veloce. Sul piano architettonico, il 66 lavora molto sulla percezione di “leggerezza”: grandi superfici vetrate lungo la tuga e una sovrastruttura che evita eccessi di massa visiva, migliorando al contempo la qualità della vita interna grazie a una luminosità davvero significativa per la categoria.
Architettura navale e dimensioni: numeri che raccontano il comportamento
Dimensioni principali e implicazioni progettuali
I numeri ufficiali inquadrano con precisione il perimetro tecnico dell’unità. La lunghezza fuori tutto è 66,04 ft (20,12 m), il baglio massimo 17,29 ft (5,3 m), mentre il pescaggio massimo dichiarato è 5,28 ft. La capacità di carburante è 951 US gal e l’acqua dolce 264,17 US gal. Il dislocamento varia in funzione del carico: 41,00 US ton a vuoto e 48,94 US ton a pieno carico. Questi dati, letti in modo ingegneristico, raccontano un’imbarcazione che “sta in acqua” con autorevolezza: massa sufficiente per solidità percepita e comfort, ma ancora coerente con prestazioni da flybridge planante.
Il baglio di 5,3 m è uno dei parametri che più influenzano la vita a bordo: permette una distribuzione interna efficace (cabine realmente sfruttabili) e un main deck arioso, ma impone anche un lavoro accurato su pesi e baricentro verticale. In un flybridge moderno, infatti, la tendenza a caricare attrezzature, arredi e impianti su livelli superiori può aumentare il rollio e la sensibilità al vento laterale. La risposta progettuale passa da tre leve: geometria di carena, distribuzione delle masse e adozione di sistemi di controllo assetto/stabilità, di cui parleremo a breve.

Certificazioni e impostazione di progetto
Il modello è indicato come certificato RINA, un elemento che, per un lettore tecnico, va interpretato come la presenza di un quadro di conformità e verifica su criteri strutturali e di sicurezza coerenti con le aspettative di un prodotto internazionale. Sul piano dell’operatività, la scheda menziona anche una capienza massima di 18 persone (dato utile per l’uso diurno e per l’armatore che vive la barca come piattaforma sociale, oltre che come unità da crociera).
Materiali e costruzione: GRP evoluto, attenzione alla rigidità e alla qualità percepita
Scafo e sovrastruttura: composito come piattaforma ingegneristica
La scheda indica PRFV/GRP come materiale costruttivo: composito in vetroresina, oggi non più “semplice” laminato, ma sistema ingegnerizzato che può includere anime a sandwich in aree selezionate, rinforzi locali e piani di laminazione ottimizzati per rigidezza e smorzamento vibrazionale. Astondoa, nella descrizione delle proprie strutture industriali, menziona l’impiego di tecniche avanzate come la vacuum infusion, un processo che — se correttamente applicato — migliora il rapporto fibra/resina, riduce le porosità, aumenta la ripetibilità e contribuisce a una qualità strutturale più controllabile rispetto alla laminazione tradizionale “a mano”.
In termini pratici, per l’armatore questo si traduce in tre benefici: minor peso a parità di rigidezza (o maggiore rigidezza a parità di peso), migliore qualità di finitura su grandi superfici e una riduzione dei fenomeni di “print-through” e invecchiamento estetico tipici di compositi meno curati. È importante sottolineare che su un 20 metri flybridge l’effetto reale si percepisce soprattutto in navigazione: meno scricchiolii, maggiore coerenza dei pannelli, porte che non cambiano registro dopo anni di torsioni e sollecitazioni cicliche.
Interni e falegnameria: dove la tecnica diventa lusso tangibile
Se la struttura è il “sistema osseo”, gli interni sono la “pelle” che definisce la qualità percepita. Il costruttore rivendica una lavorazione interna delle componenti di arredo e finitura, con reparti dedicati a falegnameria e tappezzeria. In un segmento dove molti cantieri esternalizzano porzioni significative, questa scelta ha un vantaggio tecnico spesso sottovalutato: coerenza dimensionale e gestione delle tolleranze. Un interno ben progettato non è solo bello: è silenzioso, stabile, riparabile, e integra impianti e passaggi con logica, senza “forzature” che nel tempo diventano vibrazioni, manutenzioni e rumori parassiti.

Motorizzazioni, propulsione e trasmissione: IPS e alternative, per efficienza e controllo
Configurazioni ufficiali: Volvo Penta IPS e opzione MAN
La motorizzazione standard indicata dal costruttore è 2 × Volvo Penta IPS1350, con alternativa 2 × MAN V8-1200. È una scelta che racconta la doppia anima del 66: da un lato l’approccio pod-drive (IPS) per manovrabilità, integrazione di sistemi elettronici e comfort; dall’altro la possibilità di configurazioni più “tradizionali” in termini di filosofia motoristica e coppia disponibile, spesso apprezzate da chi macina miglia o desidera un’impostazione più “meccanica” e personalizzabile.
Con IPS, il pacchetto non è solo propulsione: è sistema. Significa joystick, logiche di controllo integrate, risposta rapida in manovra, possibilità di funzioni evolute (a seconda dell’allestimento) e un comportamento in porto che riduce sensibilmente lo stress, soprattutto su barche con baglio importante. In crociera, l’IPS lavora anche sul rendimento complessivo: l’efficienza deriva dall’orientamento della spinta e dalla gestione fine dell’assetto, con vantaggi percepibili su consumi e rumorosità, se la carena è progettata correttamente per quella specifica architettura.
Prestazioni dichiarate: velocità, crociera e autonomia “di progetto”
Il quadro prestazionale ufficiale parla di 30/31 nodi di massima e 24/26 nodi di crociera, con autonomia indicativa di 300 miglia nautiche. Questi valori sono coerenti con l’idea di una barca che privilegia la crociera veloce “mediterranea”: trasferimenti rapidi tra isole o lungo costa, con margini realistici per pianificare tappe e soste senza trasformare la gestione carburante in un esercizio di micro-ottimizzazione.
Da analista tecnico, è utile ricordare che numeri come autonomia e consumo dipendono in modo sensibile da: stato del mare, carico reale (acqua, tender, toys, cambusa), pulizia carena, taratura eliche/pod e, soprattutto, dalla velocità scelta. A 24–26 nodi, il 66 si colloca in un punto tipico di equilibrio: abbastanza veloce da “vincere” la distanza, ma non così estremo da far esplodere i consumi come spesso accade vicino alla massima continua.
Sistemi di bordo: elettronica, domotica e integrazione “da yacht contemporaneo”
Plancia e navigazione: ergonomia prima della spettacolarità
Su un flybridge di questa categoria, la qualità della plancia non si misura soltanto dalla dimensione degli schermi, ma dalla leggibilità in luce forte, dalla logica dei comandi e dalla coerenza del flusso operativo tra manovra, navigazione e gestione impianti. Il 66 nasce con un’impostazione orientata a un uso reale: sedute e visibilità pensate per lunghe ore al timone, spazi di appoggio e aree dedicate all’elettronica senza forzare l’utente a compromessi posturali.

Con propulsione IPS, inoltre, la plancia diventa un hub di integrazione: comandi di manovra, joystick e logiche di controllo lavorano insieme a strumenti di navigazione e gestione di bordo. È il tipo di barca in cui la tecnologia — se ben configurata — non “fa scena”, ma riduce carico mentale e migliora la sicurezza operativa, soprattutto in porto o con vento traverso.
Gestione impianti: comfort, energia e vita a bordo senza attriti
Il comfort contemporaneo passa dalla capacità di rendere invisibili gli impianti: climatizzazione stabile, distribuzione elettrica affidabile, gestione luci e utenze con logiche chiare, e soluzioni che facilitino manutenzione e diagnostica. In quest’ottica, il valore non è il singolo gadget, ma la qualità dell’integrazione e la pulizia dell’installazione: cablaggi ordinati, passaggi accessibili, pompe e filtri posizionati con logica, isolamento acustico curato.
Design e layout: firme stilistiche, studio degli spazi e “architettura dell’ospitalità”
Ponte principale: salone panoramico e continuità indoor/outdoor
Uno dei punti forti del 66 è la gestione della luce. La presenza di ampie vetrate laterali non è solo un vezzo estetico: riduce la sensazione di volume “chiuso”, migliora la qualità percepita e rende il salone un ambiente realmente vivibile anche in giornate calde, quando si alternano zone climatizzate e aree esterne. In termini di composizione, il salone è pensato per la socialità: sedute generose, passaggi fluidi, e un’impostazione che consente di muoversi senza interrompere l’esperienza degli ospiti.

Dal punto di vista nautico, questa trasparenza richiede attenzione: grandi superfici vetrate implicano telai, irrigidimenti e corretto accoppiamento con la struttura per evitare flessioni e rumorosità. È qui che la qualità di costruzione fa la differenza: l’obiettivo è ottenere luce e vista senza pagare pegno in termini di scricchiolii o vibrazioni in navigazione.
Ponte inferiore: 4 cabine, 3 bagni e un equilibrio raro tra privacy e volume
La scheda del modello indica una configurazione 4 cabine + 3 bagni, con 8 posti letto per gli ospiti, oltre a sistemazioni equipaggio. In pratica, significa poter offrire una crociera davvero comoda per due famiglie o per un armatore che riceve spesso amici, senza trasformare la barca in un compromesso. La cabina armatoriale (tipicamente a tutto baglio su queste dimensioni) beneficia del beam e diventa un ambiente con spazi laterali credibili, armadiature adeguate e bagno con volumi coerenti con la fascia premium.

Le cabine ospiti, se ben configurate, evitano l’errore comune del segmento: moltiplicare i posti letto sacrificando la vivibilità reale. Qui, l’impressione progettuale è orientata a un comfort “adulto”, con altezze e passaggi che non costringono a continui aggiustamenti di postura. È un dettaglio che i periti e i comandanti notano subito, perché influisce sul modo in cui le persone vivono la barca dopo la prima settimana di entusiasmo.
Flybridge: il vero “secondo salone”, con cucina esterna e aree prendisole
Il flybridge è il manifesto dell’unità. La configurazione enfatizza l’idea di una barca nata per intrattenere: zona timoneria protetta, aree lounge, superfici prendisole e, in molte interpretazioni, una cucina esterna completa che trasforma il ponte alto in un ambiente autonomo. Questo approccio è perfetto per l’uso mediterraneo: ancoraggi, rada, baie, giornate in cui il ponte principale diventa transito e servizio, mentre la vita “vera” si sposta sopra, tra ventilazione naturale e vista dominante.
Dal punto di vista tecnico, il flybridge è anche un vincolo: peso alto, arredi esposti a sole e salsedine, necessità di drenaggi efficienti e materiali che non soffrano cicli termici estremi. Qui, un buon progetto si riconosce dalla qualità delle ferramenta, dalla protezione dei cablaggi, dalla robustezza dei tientibene e dalla logica degli accessi (scale comode, angoli non aggressivi, sicurezza in movimento con mare residuo).

Innovazione e ricerca: efficienza, stabilizzazione e sicurezza reale
Riduzione consumi ed emissioni: la via pragmatica dell’efficienza
Nel segmento dei 20 metri plananti, la riduzione delle emissioni passa oggi soprattutto da efficienza di carena, ottimizzazione propulsiva e gestione intelligente degli impianti, più che da soluzioni full-electric (ancora complesse per autonomia e potenze richieste). In questo senso, la scelta IPS e la taratura delle velocità di crociera rappresentano la strategia più concreta: navigare spesso nel punto di miglior rendimento, ridurre tempi di trasferimento e sfruttare l’integrazione per mantenere assetto e trim corretti.
Stabilizzazione e controllo assetto: comfort come elemento ingegneristico
La stabilizzazione non è un lusso: su un flybridge è una variabile di progetto che cambia l’esperienza a bordo. Sul mercato, molte unità vengono allestite con gyro stabilizer (ad esempio sistemi Seakeeper in taglie compatibili) e/o con soluzioni di controllo assetto e rollio (interceptor o pinne stabilizzatrici, in funzione della configurazione e delle preferenze del cliente). Il vantaggio è misurabile: meno rollio in rada, maggiore comfort a bassa velocità, minore affaticamento dell’equipaggio e una barca che “sembra” più grande e più ferma di quanto dica la sua lunghezza.
È fondamentale chiarire un punto: questi sistemi vanno dimensionati con criterio, installati correttamente e integrati con la distribuzione pesi; altrimenti, il risultato può essere sotto le aspettative. Un 66 ben stabilizzato, invece, cambia radicalmente la qualità della crociera e rende credibili anche soste lunghe in rada, con ospiti che vivono esterni e interni senza la tipica stanchezza da rollio costante.

Prestazioni in navigazione: cosa aspettarsi davvero da un 66 planante moderno
Comportamento: autorità, prevedibilità e fruibilità
Un 66 flybridge riuscito deve fare tre cose: tenere il mare, mantenere una crociera efficiente e garantire una conduzione senza sorprese. La carena con V moderata e la massa a pieno carico suggeriscono un comportamento tendenzialmente “maturo”: prua capace di lavorare sull’onda senza rimbalzi secchi, buona continuità di appoggio e una sensazione di controllo anche quando il mare si sporca. Il vero banco di prova, nella pratica, è la crociera a 24–26 nodi: è lì che si verifica la bontà dell’isolamento, la qualità delle giunzioni, l’assenza di vibrazioni e la coerenza delle scelte di layout (niente oggetti che battono, niente pannelli che “cantano”).
Feedback di comandanti e periti: i dettagli che pesano nel tempo
Chi valuta professionalmente una barca guarda aspetti spesso invisibili in cantiere o in fiera: accessibilità ai filtri, spazio di lavoro in sala macchine, logica degli impianti, tenuta di portelli e guarnizioni, rumorosità in cabine a diverse andature. Sono elementi che non emergono in una visita di 20 minuti, ma che definiscono il valore reale dopo due stagioni. Il 66, per impostazione e fascia, nasce per essere convincente proprio su questa sostanza: la barca non deve solo affascinare; deve funzionare, con continuità e senza capricci.

Mercato e concorrenza: posizionamento, competitor diretti e trend di segmento
Segmento e prezzo: dove si colloca davvero
Il 66 Flybridge si posiziona nella fascia “alta” del mercato 60–70 piedi, con un livello di finitura e personalizzazione che tende a collocarlo in una zona premium rispetto a proposte più industriali. Sul fronte prezzi, le cifre variano in modo marcato per allestimento, mercato e dotazioni: il 66 viene spesso indicato come price on request nei canali internazionali, mentre sul mercato dell’usato recente si osservano esempi nell’ordine di alcuni milioni di dollari, a seconda di ore moto e optional. La lettura corretta, per un acquirente evoluto, è questa: il costo non è una “lista”, ma il risultato di un progetto che si completa con configurazione, materiali e tecnologia, dove gli optional (stabilizzazione, elettronica, arredi, tender garage/piattaforme, domotica) incidono molto.
Competitor diretti: come si differenzia
Nella stessa arena si muovono modelli come Azimut 68 Fly, Princess F65/F70, Ferretti 670, Sunseeker Manhattan 68 e alcune interpretazioni “sport fly” di cantieri europei e americani. Il confronto non si vince su una singola voce, ma sulla combinazione di: qualità percepita, gestione degli spazi, prestazioni reali e identità del marchio.
Dove l’Astondoa tende a distinguersi è nell’impronta mediterranea “calda” e nella disponibilità alla personalizzazione, che può spingersi oltre le classiche scelte di tappezzeria. In altre parole, il 66 è spesso scelto da armatori che non vogliono una barca “già decisa”, ma un prodotto modulabile, con attenzione artigianale nelle finiture e un’estetica meno standardizzata.
Trend del settore: più esterni, più luce, più controllo
Il segmento evolve lungo tre direttrici principali: spazi outdoor sempre più attrezzati (cucine esterne complete, zone lounge vere), interior design più luminoso e “residenziale”, e un incremento costante di sistemi di assistenza alla conduzione e al comfort (stabilizzazione, controllo assetto, integrazione elettronica). Il 66 Flybridge intercetta questi trend con coerenza: fly come living principale, salone panoramico, layout ospiti completo e soluzioni tecniche orientate alla gestione semplice.
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Clientela target: chi è l’armatore ideale del 66 Flybridge
L’identikit è ampio, ma riconoscibile. Il 66 parla a armatori privati che vogliono un 20 metri utilizzabile spesso e senza complicazioni, con la possibilità di affidarsi a equipaggio ridotto. È molto adatto anche a un impiego charter di lusso “familiare”, dove quattro cabine e spazi esterni generosi diventano un argomento commerciale forte. Infine, può interessare società di rappresentanza o proprietà che desiderano un’imbarcazione capace di unire immagine e sostanza: ospitalità in rada, trasferimenti rapidi, e una qualità percepita coerente con la fascia premium.
Scheda tecnica sintetica
- Modello: Astondoa 66 Flybridge
- Lunghezza f.t.: 66,04 ft (20,12 m)
- Baglio massimo: 17,29 ft (5,3 m)
- Pescaggio massimo: 5,28 ft
- Carena: V shape 15,5°
- Dislocamento: 41,00 US ton (no load) / 48,94 US ton (full load)
- Carburante: 951 US gal
- Acqua dolce: 264,17 US gal
- Motori (standard): 2 × Volvo Penta IPS1350
- Motori (optional): 2 × MAN V8-1200
- Prestazioni dichiarate: max 30/31 kn • crociera 24/26 kn • range 300 nm
- Layout: 4 cabine + 3 bagni • equipaggio 1 cabina + 1 bagno • ospiti 8 + 2 crew
- Certificazione: RINA • Persone a bordo (max): 18
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Risultati, visibilità e prospettive: cosa rappresenta questo modello per Astondoa
La storia recente del 66, con evoluzioni di generazione e presenza nei principali contesti espositivi, suggerisce che il modello sia uno degli assi strategici per presidiare un segmento “ponte” tra barche di accesso al mondo flybridge e yacht più grandi con equipaggi strutturati. In questo senso, il 66 è anche un biglietto da visita: dimostra capacità di costruzione, attenzione al dettaglio e una direzione stilistica che guarda a un lusso contemporaneo, dove comfort e tecnologia devono risultare naturali.
Guardando avanti, la direzione del settore spinge verso integrazione impiantistica sempre più raffinata, stabilizzazione diffusa, gestione energetica ottimizzata e materiali più sostenibili. Un cantiere con filiera interna forte e cultura della personalizzazione è, in teoria, ben posizionato per adattarsi: può introdurre soluzioni tecniche progressivamente, senza snaturare la propria identità. Il 66 Flybridge, per impostazione, appare come un modello “ponte” anche in questa prospettiva: abbastanza moderno per accogliere tecnologie e layout attuali, ma costruito con una logica di qualità che mira a durare nel tempo.



